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venerdì 23 marzo 2012

Cum-Petere

Scrivo di queste righe di riflessione sulla competizione in generale e perché no anche nel Parkour. Argomento quanto mai attuale, nel piccolo paese chiamato Italia.

Sono assolutamente favorevole alla competizione. Strano? Ovviamente mi riferisco a quel cum-petere che fa parte della natura umana, quel confronto sacrosanto con se stessi e gli altri per limare le proprie capacità e i propri limiti.

Questo tipo di competizione nel parkour esiste. E' una competizione sottile e spesso inconsapevole; è un meccanismo naturale che scatta nel momento in cui ci alleniamo con qualcuno, guardiamo i movimenti di altri praticanti li emuliamo o cerchiamo di migliorarli, li rendiamo nostri. Si tratta della naturale competizione che porta gli esseri viventi ad apprendere, migliorare, crescere e imparare.

Ma facciamo un brevissimo excursus storico.

Con l'avvento della società moderna l'uomo passa dall'assoggettamento a gruppi ben determinati di persone come tribù, clan, comunità nelle quali si veniva quasi completamente assorbiti ad un vero e proprio scorporamento. Nasce l'individuo moderno,con tutti gli aspetti positivi e negativi che questa nascita ha comportato.

L’uomo però non è solo un essere individuale, ma è allo stesso tempo, un essere sociale, che si relaziona con altri individui all'interno di un contesto.

Questa capacità di relazionarsi è parte della stessa natura umana. E' insita nel profondo del nostro "Io" una spinta irrefrenabile verso l’altro. Ed è in questa relazione

inalienabile con l’altro che ognuno costruisce e sviluppa la propria identità, la propria

storia e la propria felicità o infelicità.

Analizzando l'etimo della parola "competere" emerge proprio questo significato.

Competere deriva dal latino e vuol dire "andare insieme, convergere a un medesimo punto". E' composto dalla particella 'Cum' che indica unione o tendenza ad unirsi e 'Petere' che vuol dire "andare verso".

Quello che mi turba è il modo in cui abbiamo trasferito su un piano altro questo concetto di competizione.

Non sono favorevole ad una competizione indotta, dove si compete per un premio che sia materiale o meno. La competizione può deviare dalla sua naturalezza e ciò accade quando l'oggetto del competere è rimpiazzato dai premi materiali o dell'ego. Lo stesso individualismo del resto può portare ad uno snaturamento della persona quando subisce i meccanismi coercitivi dell'ego.

A proposito della pratica del parkour mi piace pensare alla deletereità di questo tipo di competizione che perde la sua naturalezza. Questa deletereità è magnificamente espressa dal pensiero del saggio cinese Tranxu che qui riporto:

“Quando l’arciere tira senza ambire a un premio particolare, ha tutte le sue capacità;quando tira per vincere una fibbia d’ottone, è già nervoso;quando tira per un trofeo dorato, diventa cieco, vede due bersagli, e perde la testa.Le sue capacità non sono andate perdute, ma il premio lo turba. Per lui è importante!Pensa più a vincere che a tirare, e il bisogno di vincere gli toglie la sua abilità”.

Alessandro 'Ax' Pennella

venerdì 10 febbraio 2012

Riflessioni sul ricordo del Workshop ADD 2011 con Laurent Piemontesi

Questo è il video del Workshop dello scorso 4 Giugno con ospite Laurent Piemontesi organizzato da rhizai.
Rivedere queste immagini dopo molti mesi e pensare alla condizione in cui sono ora mi fa riflettere. La pratica del parkour/ADD, la ricerca personale che sto facendo, la responsabilità di portare un messaggio senza snaturarne i principi e i valori. Cerco di fare tutto questo al massimo delle mie forze e delle mie possibilità, la differenza tra oggi e quel 4 giugno 2011 sta forse nel sorriso che un po' si è perso, trascinato in un'angolo dagli eventi che si sono susseguiti.
Vorrei ritrovare quel sorriso, ma nonostante tutto, quello che oggi mi tiene su è una certa serenità che ho acquisito attraverso la 'non pratica' a cui sono stato costretto; una serenità da vecchio praticante, una maturità che è arrivata con il tempo insieme alla consapevolezza che spingere non sempre è tutto e non sempre è la cosa giusta da fare. Ascoltarsi, capire di cosa si ha bisogno e cosa si può fare; è questa la pratica che ho dovuto sviluppare negli ultimi mesi, è questo che mi ha portato ad essere un praticante più sereno rispetto a un'anno fa.

La mia serenità come istruttore o portatore della disciplina invece non è ancora matura.
Troppe cose non dipendono esclusivamente da me e per quanto possa impegnarmi resto e resterò sempre una piccola persona dinanzi a tutto ciò che comporta il lavoro che assieme a rhizai e a tanti amici stiamo cercando di portare avanti per la tutela dei valori e del messaggio del Parkour. Mi è di molto conforto sentirmi piccolo in un momento in cui molti si mostrano grandi, mi aiuta a non perdere di vista le cose importanti sia come praticante che come formatore.

Bando alle chiacchiere questo è il video di quella giornata, l'ho guardato una sola volta perchè ricordare a volte può aiutare, ma non sono una persona che ama vivere di ricordi.
Ax


lunedì 5 settembre 2011

Take a break - gestione di un infortunio

A volte durante la nostra pratica, quando crediamo di procedere sulla via corretta e siamo convinti di allenarci bene, di dedicare a noi il giusto tempo e il giusto spazio siamo costretti ad uno stop.

Gli infortuni e gli acciacchi fanno parte della vita di qualsiasi atleta. Ma nella maggior parte dei casi abbiamo la fortuna di poterci allenare lo stesso. Hai un problema ad una gamba? Lavoriamo su tronco e braccia. Hai un problema ad una spalla? Giù di squat e addominali.

Cosa succede quando il problema coinvolge il busto o la schiena? Cosa si può allenare se si fa fatica anche camminare?

E' importante approfittare di questi momenti di stop forzato e quasi totale perché sono ossigeno per la nostra pratica, spesso si tende a riempire ogni buco ed ogni momento con l'allenamento. Mi alleno quando lavoro, mi alleno quando studio, mi alleno quando dormo e mi alleno quando mi alleno. E' tutto troppo troppo pieno, troppo intenso al punto da non lasciare spazio a null'altro.


Come ci si comporta in questi casi?

FASE UNO dello stop forzato:

- Innanzi tutto occorre capire che la sfortuna non esiste. Ci facciamo male quando trascuriamo qualcosa, quando siamo distratti, quando forziamo troppo durante i nostri allenamenti o non diamo abbastanza tempo al nostro corpo di recuperare (magari da un vecchio infortunio), quando non facciamo abbastanza condizionamento ecc...
Siamo i soli artefici e responsabili di noi stessi, il che ci da una grande responsabilità e al tempo stesso l'opportunità di imparare a conoscerci e a gestirci.

- Non bisogna colpevolizzarsi. Farsi male (in assenza di incoscienza totale) è assolutamente normale, la malattia è normale, fa parte della vita e non va presa come una disgrazia. Succede a tutti almeno una volta nella vita di stare male fisicamente o mentalmente, ogni singolo essere umano su questo pianeta soffre. Accettiamo quello che ci è successo come qualcosa che è parte del nostro vivere senza attribuirgli una qualità di alcun tipo.

- Riflettere sul motivo per cui ci siamo fatti male. E' un aspetto fondamentale perchè ci aiuta a ricalibrare il nostro modo di approcciare l'allenamento e ci permette di affrontare meglio eventuali ricadute.

- Coltivare la propria mente ridando un equilibrio al "troppo pieno" senza affannarsi a riempire il tempo che dedicavamo all'allenamento con altro pieno. Lasciamoci dei vuoti per rifiatare, fare altro, occuparci di qualcosa di nuovo o che solitamente non facciamo.

- Evitare di sottovalutare o sopravvalutare l'infortunio. Prendere le cose per quel che sono. Non siamo degli eroi il cui valore è dimostrato dalle cicatrici.

- Se abbiamo bisogno di una spalla che ci sostenga non abbiate paura nel chiedere aiuto a qualcuno che possa capirvi: amici, compagni di allenamento, insegnanti, familiari. In molti casi fare 'quelli forti' è semplicemente stupido.


FASE 2: primi segnali di miglioramento e ritorno alla deambulazione

- Monitorare la propria situazione psicofisica durante tutto il periodo di convalescenza in modo da capire:
  1. cosa mi fa aumentare il dolore (movimenti, posizioni statiche particolari ecc...)
  2. cosa allevia il mio dolore
- Rivedere i propri obiettivi a medio e lungo termine (quel salto che voglio rompere, quell'aspetto in cui voglio migliorare) ricordando di non avere fretta e dare tempo al tempo. Nessuno ci insegue.

- Se siamo abbastanza consapevoli di quello che stiamo vivendo e se non ci disturba guardare altri praticanti che si allenano (molti infortunati soffrono nel vedere altri praticare)
possiamo 'studiare' alcuni video (meglio pochi ma bene piuttosto che 200000 visti di sfuggita una sola volta). In questo modo diamo tempo agli impulsi elettrici del nostro cervello di riabituarsi a lavorare in un certo modo e aiutiamo la nostra mente a pensare in ottica "traceur" [nei lunghi periodi di stop questa pratica è molto buona]


FASE 3 - ritorno graduale all'allenamento

- Lavorare tanto sulle basi (camminare, corsa lenta, equilibrio, brevi quadrupedie, semplici volteggi o scavalcamenti ecc) non avere fretta di tornare subito a fare grandi salti o ricominciare con 2km di quadrupedia. Non c'è nessun tempo da recuperare, non abbiate fretta.

- Lavoro funzionale in base all'infortunio subito

- Approfondire ulteriormente il monitoraggio delle proprie condizioni psico-fisiche durante tutto il periodo di ritorno ad un'ottimale stato di forma:
  1. cosa fa aumentare il dolore;
  2. cosa riesco a fare senza avere dolore;
  3. cosa non riesco a fare perchè ho dolore;
  4. cosa non riesco a fare perchè ho paura.Questo concetto è fondamentale. Capita quando torniamo ad allenarci dopo un infortunio di avere paura nel fare alcuni movimenti anche se semplici (non necessariamente gli stessi che hanno causato l'infortunio) senza capirne il perchè. All'inizio non c'è bisogno di capire il perchè di questa paura, seguite semplicemente il suggerimento del vostro corpo che vi sta dicendo "hey, è troppo presto, take it easy". Solo con il tempo e la confidenza necessaria la paura si affievolirà e potremo metterla da parte.

NB in questo breve post mi propongo di dare alcuni piccoli consigli basandomi esclusivamente sulla mia esperienza come praticante di Parkour. In caso di infortuni gravi o sospetti tali occorre SEMPRE affidarsi al parere di un medico specialista.

lunedì 30 maggio 2011

I confini del Parkour

Negli ultimi mesi mi sono imbattuto in alcuni video su youtube, che mi hanno portato a riflettere su un argomento sin troppo delicato. Il parkour è una disciplina giovane, come un blocco di marmo che ha preso una forma ma a cui lo scultore man mano continua a smussare bordi e migliorare i dettagli.

Detto in modo molto spicciolo qual è il confine, sempre se esiste un confine, della nostra disciplina?

Ed ecco i fantasmi del passato che puntualmente riemergono. La diatriba tra l'uso del termine parkour e del termine freerun è storica in tutto il mondo. Oggi sappiamo che l'etimo 'freerun' nasce dall'esigenza di dare un nome che fosse più familiare agli anglofoni. Quindi potremmo dire che parkour e freerun sono la stessa cosa scritta e pronunciata in maniera differente. Capitolo chiuso? Solo da un punto di vista filologico.

Nell'immaginario collettivo di moltissimi praticanti con il nome parkour ci si riferisce a quella parte della disciplina in cui prevale una componente utilitaristica ed essenziale legata all'economicità del movimento e in termini artistici potremmo dire 'minimale', il freerun invece è spessissimo visto come la parte “estrema” della disciplina, votata all'estetica alla spettacolarità ed alla bellezza del movimento in termini artistici potremmo dire 'barocca'.

Ma siamo sicuri che stiamo parlando di due facce della stessa medaglia o è più corretto affermare che si tratta di due medaglie diverse?

Facciamo quindi un esempio grafico tenendo per il momento da parte il discorso storico legato a nome.

Ipotesi 1: Stessa medaglia

Immaginiamo il parkour come fosse una retta AB (tanto per usare due lettere a noi familiari) – più ci avviciniamo al punto A più portiamo la nostra pratica ad un estremo utilitaristico, minimalista ed essenziale (salto, arrampicata, corsa) al contrario più ci avviciniamo al punto B più estremizziamo verso il barocchismo (volteggi complessi, acrobatica, competizione)


[essenzialità]: A______________________________B: [esteticità]

Dando per buona questa semplificazione schematica, il nostro modo di praticare ci collocherà all'interno di questa retta in un determinato punto più o meno vicino al punto A o B a seconda del nostro modo di muoverci all'interno dello spazio.

Ipotesi 2: Due medaglie distinte

Esiste però un'altra corrente di pensiero che vede il parkour e il freerun come due discipline differenti. In questo caso quindi avremo due schemi per due discipline ed i fattori A e B cambieranno radicalmente rispetto all'esempio precedente:

A*_________________________________B* A___________________________________ B


Nello schema che rappresenta il parkour lungo tutta la retta i fattori in comune saranno sempre l'essenzialità del movimento, l'interazione tra praticante ed ambiente circostante, il movimento nello spazio (inteso come corsa o comunque spostamento per raggiungere un obiettivo fisico)

Punto A*:

    • altezze modeste, ridotto lavoro sulla paura
    • ridotta velocità d'esecuzione del gesto
    • Ambiente: Natura, boschi alberi ecc [non necessariamente]
    • combinazioni di movimenti molto semplici e ridotte all'osso

    Punto B*

    • aumento della velocità di esecuzione del gesto
    • aumento delle altezze fino ad arrivare a salti di fondo molto alti, maggior lavoro sulla paura
    • Ambiente: Città Strada Urbano [non necessariamente]
    • incremento del lavoro mentale e massima soglia di attenzione

    Allo stesso modo nello schema che rappresenta il freerun il fattore comune tra A e B sarà sempre la bellezza e la spettacolarità del movimento. Vediamo cosa cambia:

    Punto A:

    • forte utilizzo della componente ambientale necessaria per l'esecuzione del movimento (il praticante resta in forte connubio con l'ambiente fisico circostante)
    • elemento di corsa ancora presente
    • Ambiente: Urbano, città, strada [non necessariamente]

    Punto B:

    • elemento di corsa ridotto fin quasi al suo annullamento
    • interazione con l'ambiente estremamente ridotta (maggiore utilizzo di movimenti a corpo libero)
    • inserimento di movimenti ginnici e acrobatici puri
    • ricerca dell'adrenalina
    • Ambiente: palestra, spiaggia, prato, strutture artificiali al chiuso [non necessariamente]

    In questa piccola analisi ho volutamente omesso di scrivere alcune riflessioni importanti. Chi scrive vuole farlo cercando di capire la portata di un fenomeno. Non ho parlato dell'approccio alla preparazione, anche qui spesso differente, non ho parlato della competizione sportiva, delle motivazioni personali dei praticanti, dell'importanza di una pratica a mente aperta, della contaminazione con altre discipline, del lavoro mentale. Ho utilizzato il termine 'freerun' non nel suo significato storico, ma nel significato convenzionale utilizzato dai praticanti cercando di distinguere almeno due differenti punti di vista opposti. Per meglio comprendere le mie riflessioni vi lascio alcuni link a video per me significativi, anche questi andrebbero analizzati in maniera approfondita, vi propongo qui un ordine di lettura dei diversi contenuti multimediali.

    La domanda che mi piacerebbe che tutti si ponessero è la seguente:

    siamo sicuri che i video qui sotto raccontano la stessa disciplina?

    Alessandro Pennella


    articolo originale completo di corollario video fondamentale per la comprensione dello scritto: http://www.rhizai.it/articoli/i-confini-del-parkour

    mercoledì 16 marzo 2011

    Back to the Easy

    Lo scorso 6 Gennaio ho realizzato un piccolo video che pubblico solo in questi giorni. Non si tratta di un video che vuole mostrare i miei progressi o che segna un traguardo raggiunto. Nulla di tutto questo.
    Back to the Easy vuol essere un ritorno ad una pratica divertente, godibile, giocosa e semplice, libera da tutti quegli arzigogoli e artifici che a volte ci bloccano la mente. In questo video non vedrete grandi salti, movimenti strani o movimenti perfetti anzi; ho semplicemente voluto liberare la mia pratica dall'estenuante ricerca prestazionale nella quale troppo spesso ci si incarta.

    Ogni tanto tutti dovremmo tornare alla semplicità.

    venerdì 28 maggio 2010

    Rhizai - Radici

    Oggi rispondo a chi mi ha chiesto negli ultimi tempi cos'è rhizai. Per fare questo riporto qui quanto ho scritto come presentazione di ciò che l'associazione rhizai rappresenta ad oggi per chi ha contribuito a crearla ed ha iniziato a farla crescere:


    "L'associazione sportiva Rhizai nasce nel 2009 con lo scopo di diffondere le discipline del Parkour, dell'ADD e del Metodo Naturale attraverso la valorizzazione e la tutela dell'integrità fisica e morale del praticante. La filosofia dell'associazione si fonda sulla convinzione che sia il praticante a fare la disciplina; egli è quindi l'unico in grado di rendere magnifico o orribile ciò che pratichiamo. L'impegno di Rhizai è pertanto incentrato nel trasmettere la priorità della sostanza nei confronti della forma attraverso la cultura della non competizione e dei valori propri delle discipline che amiamo".

    Questa potrebbe essere una presentazione tradizionale, ma "rhizai" vuole rappresentarsi in modo diverso. Rhizai in greco antico significa "radici", ed in particolare per il filosofo Empedocle le radici sono i 4 elementi (TERRA, ACQUA, FUOCO, ARIA) che attraverso il loro congiungersi e separarsi creano e disgregano la materia. Al di là del concetto filosofico, vorremmo raccontarci attraverso un'immagine a noi cara, quella dell'albero nella sua interezza. Capire la funzione delle radici e di cosa esse rappresentino per un albero è in un certo senso un po' come capire la vision e il modus operandi dell'associazione.


    Equilibrio/Forza

    Le radici sono la parte terrena dell'albero (TERRA) mentre il tronco e la chioma rappresenta la parte aerea (ARIA). Le radici danno equilibrio e stabilità a tutto l'albero tenendolo saldamente ancorato al terreno. La forza delle radici permette alla terra di non franare, la rende compatta e stabile.

    Assimilazione/Crescita

    Grazie alle radici un albero può assimilare il suo nutrimento (ACQUA); Le radici assieme alle foglie attraverso il processo di fotosintesi (sole - FUOCO), permettono all'albero di nutrirsi, crescere, svilupparsi in altezza e produrre frutti.

    Duttilità/Adattamento

    In natura non sempre le condizioni ambientali sono ideali. Un albero tuttavia è in grado di sopravvivere e resistere alle avversità. Esso plasma la propria forma adattandosi all'ambiente. Un albero ad esempio adatta la propria crescita alla direzione in cui riesce a cogliere più luce, riesce a modellarsi in base al vento, sopravvive e si adatta ad erosioni e rotture dovute ad azioni chimiche o meccaniche.

    Protezione/Umiltà

    Un albero allevia il riposo del viaggiatore con la sua ombra, nutre donando i suoi frutti, sfama la sete di pace e bellezza con le sue forme e la sua tacita presenza, offre la sua vitale energia donandosi nel fuoco. Di un albero apprezziamo la sua forza la sua fermezza ed i suoi frutti, ciò che vediamo però è frutto della sua parte nascosta ovvero le radici che svolgono un ruolo fondamentale e lo fanno senza essere invadenti alla vista, è un prezioso lavoro "dietro le quinte" il loro.

    Il praticante per “rhizai” è come un albero che per poter fiorire ha bisogno di cure, di attenzioni, senza però essere rinchiuso in una campana di vetro. Egli deve poter sbagliare, deve poter fare le proprie scelte; come un albero egli ha bisogno di crescere cercando il proprio spazio e seguendo la propria luce, e imparando a procurarsi autonomamente la sua linfa vitale. Il praticante ha bisogno di prendere coscienza di se, del proprio modo di essere per poter ristabilire un autentico contatto con il suo habitat attraverso la riscoperta delle proprie radici. E così come un albero infine deve poter fiorire e sbocciare in tutta la sua piena consapevolezza.





    venerdì 2 aprile 2010

    Fuori dalle Gabbie

    Non ho mai creduto nella libertà nel parkour o meglio in quel concetto di libertà caro a tutti i praticanti che ad esso si appellano per descrivere le sensazioni ed i modi di vivere questo aspetto della propria vita. Non è forse accomodante appellarci alla libertà pur vivendo la nostra disciplina circondati da schemi, concetti, e gabbie più o meno spaziose?

    "Nell'antica cina prima che un'artista cominciasse a dipingere qualsiasi cosa un albero per esempio, vi si sedeva di fronte per giorni mesi anni, non importava per quanto tempo, finchè egli era l'albero. Non si identificava con l'albero, egli era l'albero. Ciò significa che tra lui e l'albero non c'era spazio, tra l'osservatore e la cosa osservata, non c'era colui che sentiva la bellezza, il movimento, l'ombra, l'intensità di una foglia, la qualità del colore. Egli era totalmente l'albero, e solo in quello stato poteva dipingere."

    Se il pittore non fosse l'albero non potrebbe far altro che limitarsi a dipingere l'immagine dell'albero che la sua mente ha creato. Questo ha valore anche nel parkour. Quando pratichiamo in realtà non stiamo facendo nulla di personale, nella maggior parte dei casi ci limitiamo ad eseguire con il nostro corpo l'immagine che ci siamo fatti della disciplina, di certi movimenti e mescoliamo questa immagine con il desiderio di realizzare qualcosa di appagante, di armonioso, di bello o di apprezabile agli occhi degli altri. E' un po' come se il nostro corpo fosse un pennello, la nostra mente l'inchiostro e il parkour la tela su cui dipingiamo noi stessi o forse è più giusto dire l'immagine che abbiamo di noi stessi.

    In questo dipingere possiamo essere liberi o essere schiavi, possiamo dipingere su un foglio bianco o su un foglio a quadretti.

    Cosa vuol dire questo? Troppo spesso ci limitiamo ad imitare i movimenti di altri praticanti, sia osservando i nostri compagni d'allenamento sia attraverso i numerosi video che il web ci offre. Questo di per sè non è sbagliato; l'apprendimento per imitazione fa parte del nostro essere animali ma è di vitale importanza non restare intrappolati in questo schema, che da una parte è sicuramente comodo da un punto di vista prettamente motorio, dall'altro rappresenta un limite e un'ostacolo alla crescita della disciplina in quanto crea un gabbia di schemi e di preconcetti attorno ad essa.

    Torniamo all'esempio del pittore, egli dipinge solo quando egli stesso è l'albero, allo stesso modo ogni praticante può essere veramente libero solo quando è egli stesso la disciplina. Questo concetto è di fondamentale importanza. C'è un'enorme differenza tra essere l'albero, la disciplina e identificarsi nell'albero o nella disciplina. Questa differenza è un'abisso. L'identificazione crea un'immagine di ciò che il parkour rappresenta, del nostro ideale di disciplina, di come noi la vediamo di come vorremmo che fosse, del nostro modo di muoverci, di come si muovono i praticanti che direttamente e indirettamente conosciamo.

    Nel momento in cui ci identifichiamo con la disciplina seguiamo un canovaccio creato da altri limitando di fatto le nostre potenzialità e quelle di ciò che pratichiamo come se potessimo agire esclusivamente nel range d'azione che ci impone l'immagine che la nostra mente ha creato. Vivendo il parkour come una mera immagine, come un'etichetta creiamo una distanza tra noi e la disciplina ed è proprio in questa distanza che sono contenute le nostre paure, le nostre ansie, le aspettative, i paragoni e i confronti con gli altri praticanti, la paura di cadere, la paura di non riuscire, la paura di provare dolore, la paura di fallire nell' esprimere noi stessi. Queste sono tutte immagini, e creiamo immagini per riempire la distanza che c'è tra noi e la disciplina, ma per ogni immagine creata c'è una nuova distanza da colmare e da questo scaturisce un macchinoso processo senza fine.

    Per essere veramente liberi nella pratica, dobbiamo quindi essere noi stessi la disciplina. Quando non c'è distanza tra noi e la disciplina non ha senso parlare di praticante e arte praticata (osservate come solo citando queste sue parole si crea una distanza), non ha senso parlare di paura, competizione, bravura o non bravura, tutte queste immagini non esisterebbero poichè non ci sarebbe nessuno spazio e nessun vuoto da riempire tra noi e il parkour. Quando siamo la disciplina siamo arte, amore, bellezza, non seguiamo un canovaccio o uno schema, siamo liberi da condizionamenti culturali, sociali, comportamentali siamo liberi di creare quello che siamo così come un fiume che scorre verso il mare e scava da solo il proprio letto senza essere deviato o imbrigliato da argini artificiali che modificano con violenza il suo naturale andare.

    La parola violenza non è casuale. Quando qualcuno ci pone delle costrizioni, dei doveri a cui siamo vincolati allora soffriamo, stiamo male, non ci sentiamo liberi, non siamo felici. La nostra natura è violentata, ma la maggior parte delle volte siamo noi gli artefici di questa violenza e delle nostre imposizioni non la società, non gli "altri" ma noi. Questo è veramente difficile da capire e da accettare poichè per difesa tendiamo tutti a darci delle giustificazioni che servono a non vivere col peso della responsabilità ed è così che creiamo i nemici, gli altri, i diversi, le paure e la violenza che è lo strumento con cui la paura viene esorcizzata.

    Riusciamo a vedere questo nella nostra immagine di parkour? Riusciamo a vedere i limiti e le gabbie che noi stessi costruiamo attorno a noi? Riusciamo a capire che il bisogno di essere bravi, o più bravi, la paura di cadere è figlia delle immagini che ci siamo imposti?

    "Scegli di non cadere" ha detto qualcuno, "scegli di non aver paura" aggiungo io. Di certo se riuscissimo ad essere la disciplina e non ci fermassimo ad identificarci con l'immagine che abbiamo creato di essa allora non ci sarebbero scelte da fare, non dovremmo scegliere di non cadere, non ci sarebbero veramente ne allievi e maestri, saremmo tutti affluenti di un'unico scorrere.

    Come fare ad essere il parkour? Porsi questa domanda, desiderare di essere qualcosa che si crede di non essere crea altre immagini ed altre distanze. Dare delle risposte ed illudersi di darne è altrettanto pericoloso poichè non ha senso liberarsi da uno schema utilizzandone un'altro. Quello che possiamo fare è riconoscere queste gabbie, questa violenza, queste imposizioni; riconoscerle in noi come prodotti della nostra mente, diventare ottimi osservatori, guardare ai particolari dei fenomeni, degli avvenimenti riuscendo a cogliere il quadro generale del tutto. Riconoscere quando ci stiamo ingannando e il meccanismo che vi è dietro, accettarlo senza bramare di annientarlo. Senza desiderare di essere migliori in un futuro prossimo o remoto, siamo già migliori di ora e lo siamo proprio ora; e se lo capiamo scopriremo che non ha ha senso parlare di "migliore"...migliore di cosa? della tua immagine di ieri? il presente è l'unico tempo che ha veramente importanza, è qui ed ora che viviamo ed è qui è ora che esistiamo, ne ieri ne domani.

    Qualcuno una volta ha detto "per essere veramente liberi dobbiamo morire ogni giorno". In fondo capire tutto questo ed essere la disciplina è facile come meditare.



    lunedì 22 marzo 2010

    L'ultilità del non piacere

    Quasi sempre durante i nostri allenamenti abbiamo la tendenza a concentrarci su alcuni movimenti piuttosto che su altri e generalmente dedichiamo la maggior parte del nostro tempo a lavorare sugli esercizi e i movimenti in cui ci sentiamo più portati. Questa tendenza ovviamente crea una disparità nel nostro modo di praticare, non solo perchè saremo decisamente forti in alcuni aspetti e molto meno in altri, ma anche perchè il nostro modo di praticare, di osservare e vivere l'ambiente che ci circonda sarà necessariamente forzato dai nostri "vizi" e dalle nostre virtù.
    Se proviamo un'immenso piacere nel fare salti di precisione, ogni volta che ci alleneremo in un posto nuovo tenderemo a considerare o meglio a cercare quasi esclusivamente ostacoli che possano adattarsi alla soddisfazione del nostro desiderio. E' come se avessimo degli occhiali speciali che ci permettono di mettere a fuoco alcune cose, mentre tutto il resto ci risulterà inevitabilmente sfocato.

    Come possiamo ben capire questo rappresenta un grosso limite non tanto sul piano puramente fisico quanto su quello mentale. C'è un motivo per cui tendiamo a prediligere alcuni aspetti della disciplina piuttosto che altri. Quando ci troviamo ad affrontare un movimento a noi ostico inconsciamente tenderemo a sostituirlo con un movimento più congeniale, questo è un meccanismo di difesa che ci permette di risparmiare energie preziose e ci porta a porre maggiore attenzione su ciò in cui siamo più bravi. Questo meccanismo è ancora più accentuato poiché nella società in cui viviamo siamo forzati a costruirci delle conoscenze e delle capacità estremamente settoriali e specializzate in quasi ogni aspetto del nostro vivere, dal lavoro allo sport.

    A tutti noi è capitato almeno una volta di pensare di essere più portati per un movimento piuttosto che per un altro, o di essere maggiormente predisposti in tecniche o esercizi che richiedono ad esempio un uso preferenziale della forza massima rispetto a quella rapida o viceversa.

    Attenzione.

    Questo modo di pensare nasconde una grossa trappola. Dare per scontato di non essere in grado di migliorare in alcuni aspetti della pratica sportiva ci porta a trascurarli e ci pone nella condizione di limitare tantissimo la nostra esperienza e la nostra capacità di osservazione e di apprendimento emotivo ed empirico. Pensiamo ad esempio ad uno dei limiti più grandi che questa cattiva pratica comporta.

    Quando ci alleniamo in un posto nuovo, ma spesso anche nei luoghi che siamo soliti frequentare, abbiamo 2 possibilità di azione; possiamo muoverci in base a ciò che crediamo essere in grado di fare oppure possiamo farlo senza usare la razionalità, senza pensare con la mente cosciente ma lasciare che sia il corpo a pensare per essa.
    E' questo il fine ultimo della pratica sportiva del parkour. Pensare con il proprio corpo. Cerco di spiegarmi in modo semplice.
    Quando affrontiamo un percorso dobbiamo essere in grado di muoverci avendo chiara la meta da raggiungere, spesso però in questo atto pensiamo a quale movimento fare per superare un certo ostacolo o con quale gamba staccare per fare quel wall run, è la mente che si pone questi interrogativi e quando ciò avviene non possiamo essere efficaci e utili, rischiamo di fermarci, di bloccarci e di perdere di vista la nostra meta. Quando è il corpo a pensare tutto questo non avviene, il parkour diventa come correre, come scrivere o come camminare qualcosa di completamente naturale; è proprio in questa semplicità e naturalezza che intravedo quella libertà che molti invece vedono nel riuscire a padroneggiare tricks e nel trarre piacere da essi.

    E' importante quindi dedicare del tempo ad allenare ciò che solitamente non ci piace fare e questo vale per ogni aspetto della disciplina.
    Ci piacciono molto i cat leap ma non ci sentiamo molto bravi nei salti di precisione? Basta cat, dedichiamo del tempo ai precisions. Siamo fortissimi nei piegamenti ma la quadrupedia non ci è mai andata a genio? Mettiamo momentaneamente da parte i piegamenti. Ci piace molto allenarci in compagnia a tal punto che quando siamo soli ci annoiamo e non riusciamo a fare granchè? Lavoriamo su questo, dedichiamo dei giorni a noi stessi ad allenarci da soli, scopriremo di avere delle risorse inaspettate.

    La bacchetta magica non esiste. Tutto questo sarà difficile, dovremo affrontare lo sconforto e la delusione di non sentirci capaci, di non sentirci bravi o di non divertirci affatto, magari pensiamo a quel nostro amico che non ha difficoltà in quella determinata tecnica o che riesce ad allenarsi bene sia in gruppo che da solo; pensiamo in piccolo, partiamo dal basso concentriamoci sul nostro presente, senza pensare a ciò che desideriamo essere; mettiamo da parte tutto il resto e riusciremo ad essere felici di ciò che facciamo.
    E quando si è felici, quando si pratica con gioia non c'è salto, tecnica o difficoltà che possa riuscire a sormontarci.

    Buon allenamento.





    martedì 23 febbraio 2010

    Bivi e Domande - Sulla strada della Forza

    L'importanza di porsi delle domande fa parte del cammino di ogni traceur, esse rappresentano uno dei modi in cui il nostro corpo e la nostra mente ci mandano dei segnali e cercano di farci capire che siamo pronti per fare un passo più avanti oppure che dobbiamo stare attenti a non perdere l'equilibrio ed è meglio correggere la nostra direzione. Tra le centinaia di domande che quotidianamente ogni praticante dovrebbe porsi ho scelto di parlare di quella che reputo uno dei cardini della disciplina, una domanda che non sempre affiora in modo spontaneo nella nostra coscienza e che rimane spesso sopita.

    Molti di noi all'inizio dell'esperienza da praticante intraprendono questo cammino senza sapere bene cosa aspettarsi ne tanto meno che direzione prendere, ma ci lasciamo trasportare dalla curiosità di qualcosa di completamente nuovo che irrompe nel nostro quotidano in modo quasi irrispettoso. All'inizio è il parkour che ci trascina e ci conduce e noi non possiamo far altro che assecondare questo folle conducente.

    In questa prima fase impariamo a conoscere il nostro corpo e le sue potenzialità, iniziamo a vedere dei miglioramenti nel nostro modo di gestire i movimenti che abbiamo imparato e che prima credevamo impossibili. Subentra insomma una consapevolezza sempre maggiore in quel che si fa. Man mano svanisce quel senso di stordimento che ci ha affascinato all'inizio e ci ha inebriato come fosse una sostanza di cui non si può fare a meno, ecco in un certo senso potremmo dire che subentra in noi una specie di assuefazione al parkour.

    In realtà assuefazione non è il termine più corretto da usare. Potremmo dire che avviene un processo naturale, come quando da piccoli impariamo a camminare; all'inizio dobbiamo sforzarci di capire quale piede mettere avanti e quale dietro ma man mano che andiamo avanti non pensiamo più alla consequenzialità dei passi e ci limitiamo a camminare come se lo avessimo sempre fatto. Allo stesso modo se inizialmente osservare il mondo in maniera diversa dall'unico modo a cui eravamo abituati era una piacevole novità, ora esso diviene normalità, abitudine e di conseguenza si fonde con il nostro punto di vista.

    Giunti qui iniziamo a renderci conto che il nostro conducente è ormai stanco, non ha più la forza necessaria per portarci avanti, ha terminato il suo compito, ci ha insegnato a slegarci da alcuni preconcetti del vivere gli spazi che ci circondano e ci ha permesso di conoscere meglio noi stessi.

    Ora la guida passa a noi, cambiano le nostre esigenze e di conseguenza il tipo di domande che ci poniamo. All'inizio della nostra storia da praticanti infatti le domande che vanno per la maggiore sono: "come si fa questo movimento?" - "come faccio ad imparare il monkey?" ecc... ma quando il parkour ci abbandona e diventiamo i conducenti di noi stessi siamo costretti inevitabilemente a porci domande differenti: "come faccio ad allenarmi in modo da migliorare ancora?" - "come faccio a saltare più di così?" - "Come faccio a gestire un percorso" - "Come spiego alla gente quello che faccio?" ecc...

    C'è da dire che la velocità con cui ciascuno di noi cambia modo di porsi domande è assolutamente soggettiva; sono molti i praticanti che restano legati ad un modo puerile di vedere la disciplina pertanto non è detto che tutti ci poniamo le stesse domande, non tutti riescono o vogliono superare certi step e capita anche che molti abbandonino l'attività sportiva assieme al ritiro del proprio conducente.

    Una volta che abbiamo imparato a guidare noi stessi le cose diventano ancora più difficili. I miglioramenti sono molto più lenti rispetto all'inizio, viviamo molti periodi di stasi dove per quanto ci sforziamo non riusciamo minimamente a migliorare. Questi momenti spesso sono dei forti segnali che ci indicano che dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro approccio alla pratica e spesso basta veramente predere dei minimi accorgimenti per riprendere i propri progressi in maniera produttiva ed efficiente. A volte è sufficiente porsi la domanda giusta per riuscire ad andare avanti.
    Proprio in uno di questi momenti di vuoto ho avuto la fortuna di pormi la domanda che ha cambiato il mio modo di affrontare la pratica del parkour.

    "Voglio essere bravo? O voglio essere Forte?"

    Essere bravo comporta una'affannosa ricerca prestazionale, imparare movimenti sempre più complessi per riuscire a capire fin dove ci si può spingere. La strada che porta alla bravura è lastricata di insidie, l'essere bravo comporta delle variabili che spesso emergono e finiscono col deviare profondamente i principi stessi che stanno alla base della disciplina. Ragionare in termini di "bravura" comporta il porsi in confronto con qualcuno poichè a mio giudizio il confronto con se stessi nell'uso del "parametro bravura" è un paragone che non può reggere: o si è sempre più bravi di se stessi oppure non lo si è mai (lascio a voi capire questo concetto).

    La strada che porta alla ricerca della bravura è guidata dall'Ego. Chi vuole diventare sempre più bravo si affanna alla ricerca di un'universalità che non esiste. La bravura è un parametro assolutamente soggettivo che viene però oggettivato attraverso il confronto/scontro/paragone con altri praticanti. E' il proprio Ego che detta i parametri e i termini di paragone del proprio essere bravi o più bravi di qualcun'altro. L'Ego per alimentare se stesso ha bisogno non solo di essere bravo, ma di essere più bravo di qualcun'altro e ove sia impossibile reggere il confronto utilizza parametri propri per poterne uscire comunque vincitore. Non voglio fare degli esempi ma chiunque partecipa a raduni o si allena con altre persone ha ben in mente cosa voglio dire. E' il nostro io sociale che ci fa tacere e spesso ci porta a nascondere agli altri alcune verità che in fondo dentro noi stessi conosciamo bene, mi riferisco al fare confronti, paragoni, al guardare i difetti dei nostri compagni e paragonarli con i nostri pregi, tutte pratiche che qualunque traceur fa o ha fatto almeno una volta durante la propria vita ma che con difficoltà ammetterà pubblicamente o peggio ancora che non ammetterà neanche a se stesso.

    In cosa differisce allora il voler essere forte dal voler essere bravo?
    Dal prendere coscienza di questi meccanismi egoici e dal fare un grande lavoro su se stessi per poter far emergere il proprio sè che troppo spesso viene sconfitto dalle ragioni dell'Ego.
    Se la strada per la bravura è lastricata di insidie quella che porta ad essere forte lo è ancora di più. Non è semplice accettare i propri limiti e non parlo di quelli fisici, ma sopratutto quelli mentali e comportamentali. La strada della Forza passa attraverso un duro confronto con i propri demoni, che vanno accettati, capiti e sconfitti. Solo l'umiltà di riconoscere i propri limiti ci dona la forza per poterli ridisegnare.

    Essere bravi è una lotta contro il tempo, quello anagrafico e quello storico che vede le nuove generazioni crescere in maniera esponeziale rispetto a quelle vecchie. Essere Forti non ha tempo, non c'è un tempo entro cui bisogna diventarlo perchè è un traguardo che non si raggiunge mai. Il difficile sta nel non avere riferimenti nel non vedere lo stesso orizzonte che chi intraprende la strada della bravura brama di raggiungere, il bello è riuscire a camminare cogliendo dettagli e particolari che chi si affanna a correre non potrà mai godere.

    Esiste forse una domanda che rende bene il concetto che c'è dietro la Strada della Forza:

    ...qual è il limite di un traguardo irraggiungibile?