martedì 24 aprile 2012
Il Tempo
venerdì 23 marzo 2012
Cum-Petere
Scrivo di queste righe di riflessione sulla competizione in generale e perché no anche nel Parkour. Argomento quanto mai attuale, nel piccolo paese chiamato Italia.
Sono assolutamente favorevole alla competizione. Strano? Ovviamente mi riferisco a quel cum-petere che fa parte della natura umana, quel confronto sacrosanto con se stessi e gli altri per limare le proprie capacità e i propri limiti.
Questo tipo di competizione nel parkour esiste. E' una competizione sottile e spesso inconsapevole; è un meccanismo naturale che scatta nel momento in cui ci alleniamo con qualcuno, guardiamo i movimenti di altri praticanti li emuliamo o cerchiamo di migliorarli, li rendiamo nostri. Si tratta della naturale competizione che porta gli esseri viventi ad apprendere, migliorare, crescere e imparare.
Ma facciamo un brevissimo excursus storico.
Con l'avvento della società moderna l'uomo passa dall'assoggettamento a gruppi ben determinati di persone come tribù, clan, comunità nelle quali si veniva quasi completamente assorbiti ad un vero e proprio scorporamento. Nasce l'individuo moderno,con tutti gli aspetti positivi e negativi che questa nascita ha comportato.
L’uomo però non è solo un essere individuale, ma è allo stesso tempo, un essere sociale, che si relaziona con altri individui all'interno di un contesto.
Questa capacità di relazionarsi è parte della stessa natura umana. E' insita nel profondo del nostro "Io" una spinta irrefrenabile verso l’altro. Ed è in questa relazione
inalienabile con l’altro che ognuno costruisce e sviluppa la propria identità, la propria
storia e la propria felicità o infelicità.
Analizzando l'etimo della parola "competere" emerge proprio questo significato.
Competere deriva dal latino e vuol dire "andare insieme, convergere a un medesimo punto". E' composto dalla particella 'Cum' che indica unione o tendenza ad unirsi e 'Petere' che vuol dire "andare verso".
Quello che mi turba è il modo in cui abbiamo trasferito su un piano altro questo concetto di competizione.
Non sono favorevole ad una competizione indotta, dove si compete per un premio che sia materiale o meno. La competizione può deviare dalla sua naturalezza e ciò accade quando l'oggetto del competere è rimpiazzato dai premi materiali o dell'ego. Lo stesso individualismo del resto può portare ad uno snaturamento della persona quando subisce i meccanismi coercitivi dell'ego.
A proposito della pratica del parkour mi piace pensare alla deletereità di questo tipo di competizione che perde la sua naturalezza. Questa deletereità è magnificamente espressa dal pensiero del saggio cinese Tranxu che qui riporto:
“Quando l’arciere tira senza ambire a un premio particolare, ha tutte le sue capacità;quando tira per vincere una fibbia d’ottone, è già nervoso;quando tira per un trofeo dorato, diventa cieco, vede due bersagli, e perde la testa.Le sue capacità non sono andate perdute, ma il premio lo turba. Per lui è importante!Pensa più a vincere che a tirare, e il bisogno di vincere gli toglie la sua abilità”.
Alessandro 'Ax' Pennella
mercoledì 22 febbraio 2012
ComunicareIlSociale.it
venerdì 10 febbraio 2012
Riflessioni sul ricordo del Workshop ADD 2011 con Laurent Piemontesi
mercoledì 1 febbraio 2012
lunedì 5 settembre 2011
Take a break - gestione di un infortunio
Cosa succede quando il problema coinvolge il busto o la schiena? Cosa si può allenare se si fa fatica anche camminare?
E' importante approfittare di questi momenti di stop forzato e quasi totale perché sono ossigeno per la nostra pratica, spesso si tende a riempire ogni buco ed ogni momento con l'allenamento. Mi alleno quando lavoro, mi alleno quando studio, mi alleno quando dormo e mi alleno quando mi alleno. E' tutto troppo troppo pieno, troppo intenso al punto da non lasciare spazio a null'altro.
Come ci si comporta in questi casi?
FASE UNO dello stop forzato:
- Innanzi tutto occorre capire che la sfortuna non esiste. Ci facciamo male quando trascuriamo qualcosa, quando siamo distratti, quando forziamo troppo durante i nostri allenamenti o non diamo abbastanza tempo al nostro corpo di recuperare (magari da un vecchio infortunio), quando non facciamo abbastanza condizionamento ecc...
Siamo i soli artefici e responsabili di noi stessi, il che ci da una grande responsabilità e al tempo stesso l'opportunità di imparare a conoscerci e a gestirci.
- Non bisogna colpevolizzarsi. Farsi male (in assenza di incoscienza totale) è assolutamente normale, la malattia è normale, fa parte della vita e non va presa come una disgrazia. Succede a tutti almeno una volta nella vita di stare male fisicamente o mentalmente, ogni singolo essere umano su questo pianeta soffre. Accettiamo quello che ci è successo come qualcosa che è parte del nostro vivere senza attribuirgli una qualità di alcun tipo.
- Riflettere sul motivo per cui ci siamo fatti male. E' un aspetto fondamentale perchè ci aiuta a ricalibrare il nostro modo di approcciare l'allenamento e ci permette di affrontare meglio eventuali ricadute.
- Coltivare la propria mente ridando un equilibrio al "troppo pieno" senza affannarsi a riempire il tempo che dedicavamo all'allenamento con altro pieno. Lasciamoci dei vuoti per rifiatare, fare altro, occuparci di qualcosa di nuovo o che solitamente non facciamo.
- Evitare di sottovalutare o sopravvalutare l'infortunio. Prendere le cose per quel che sono. Non siamo degli eroi il cui valore è dimostrato dalle cicatrici.
- Se abbiamo bisogno di una spalla che ci sostenga non abbiate paura nel chiedere aiuto a qualcuno che possa capirvi: amici, compagni di allenamento, insegnanti, familiari. In molti casi fare 'quelli forti' è semplicemente stupido.
FASE 2: primi segnali di miglioramento e ritorno alla deambulazione
- Monitorare la propria situazione psicofisica durante tutto il periodo di convalescenza in modo da capire:
- cosa mi fa aumentare il dolore (movimenti, posizioni statiche particolari ecc...)
- cosa allevia il mio dolore
- Se siamo abbastanza consapevoli di quello che stiamo vivendo e se non ci disturba guardare altri praticanti che si allenano (molti infortunati soffrono nel vedere altri praticare)
possiamo 'studiare' alcuni video (meglio pochi ma bene piuttosto che 200000 visti di sfuggita una sola volta). In questo modo diamo tempo agli impulsi elettrici del nostro cervello di riabituarsi a lavorare in un certo modo e aiutiamo la nostra mente a pensare in ottica "traceur" [nei lunghi periodi di stop questa pratica è molto buona]
FASE 3 - ritorno graduale all'allenamento
- Lavorare tanto sulle basi (camminare, corsa lenta, equilibrio, brevi quadrupedie, semplici volteggi o scavalcamenti ecc) non avere fretta di tornare subito a fare grandi salti o ricominciare con 2km di quadrupedia. Non c'è nessun tempo da recuperare, non abbiate fretta.
- Lavoro funzionale in base all'infortunio subito
- Approfondire ulteriormente il monitoraggio delle proprie condizioni psico-fisiche durante tutto il periodo di ritorno ad un'ottimale stato di forma:
- cosa fa aumentare il dolore;
- cosa riesco a fare senza avere dolore;
- cosa non riesco a fare perchè ho dolore;
- cosa non riesco a fare perchè ho paura.Questo concetto è fondamentale. Capita quando torniamo ad allenarci dopo un infortunio di avere paura nel fare alcuni movimenti anche se semplici (non necessariamente gli stessi che hanno causato l'infortunio) senza capirne il perchè. All'inizio non c'è bisogno di capire il perchè di questa paura, seguite semplicemente il suggerimento del vostro corpo che vi sta dicendo "hey, è troppo presto, take it easy". Solo con il tempo e la confidenza necessaria la paura si affievolirà e potremo metterla da parte.
NB in questo breve post mi propongo di dare alcuni piccoli consigli basandomi esclusivamente sulla mia esperienza come praticante di Parkour. In caso di infortuni gravi o sospetti tali occorre SEMPRE affidarsi al parere di un medico specialista.
lunedì 30 maggio 2011
I confini del Parkour
Negli ultimi mesi mi sono imbattuto in alcuni video su youtube, che mi hanno portato a riflettere su un argomento sin troppo delicato. Il parkour è una disciplina giovane, come un blocco di marmo che ha preso una forma ma a cui lo scultore man mano continua a smussare bordi e migliorare i dettagli.
Detto in modo molto spicciolo qual è il confine, sempre se esiste un confine, della nostra disciplina?
Ed ecco i fantasmi del passato che puntualmente riemergono. La diatriba tra l'uso del termine parkour e del termine freerun è storica in tutto il mondo. Oggi sappiamo che l'etimo 'freerun' nasce dall'esigenza di dare un nome che fosse più familiare agli anglofoni. Quindi potremmo dire che parkour e freerun sono la stessa cosa scritta e pronunciata in maniera differente. Capitolo chiuso? Solo da un punto di vista filologico.
Nell'immaginario collettivo di moltissimi praticanti con il nome parkour ci si riferisce a quella parte della disciplina in cui prevale una componente utilitaristica ed essenziale legata all'economicità del movimento e in termini artistici potremmo dire 'minimale', il freerun invece è spessissimo visto come la parte “estrema” della disciplina, votata all'estetica alla spettacolarità ed alla bellezza del movimento in termini artistici potremmo dire 'barocca'.
Ma siamo sicuri che stiamo parlando di due facce della stessa medaglia o è più corretto affermare che si tratta di due medaglie diverse?
Facciamo quindi un esempio grafico tenendo per il momento da parte il discorso storico legato a nome.
Ipotesi 1: Stessa medaglia
Immaginiamo il parkour come fosse una retta AB (tanto per usare due lettere a noi familiari) – più ci avviciniamo al punto A più portiamo la nostra pratica ad un estremo utilitaristico, minimalista ed essenziale (salto, arrampicata, corsa) al contrario più ci avviciniamo al punto B più estremizziamo verso il barocchismo (volteggi complessi, acrobatica, competizione)
[essenzialità]: A______________________________B: [esteticità]
Dando per buona questa semplificazione schematica, il nostro modo di praticare ci collocherà all'interno di questa retta in un determinato punto più o meno vicino al punto A o B a seconda del nostro modo di muoverci all'interno dello spazio.
Ipotesi 2: Due medaglie distinte
Esiste però un'altra corrente di pensiero che vede il parkour e il freerun come due discipline differenti. In questo caso quindi avremo due schemi per due discipline ed i fattori A e B cambieranno radicalmente rispetto all'esempio precedente:
A*_________________________________B* A___________________________________ B
Nello schema che rappresenta il parkour lungo tutta la retta i fattori in comune saranno sempre l'essenzialità del movimento, l'interazione tra praticante ed ambiente circostante, il movimento nello spazio (inteso come corsa o comunque spostamento per raggiungere un obiettivo fisico)
Punto A*:
- altezze modeste, ridotto lavoro sulla paura
- ridotta velocità d'esecuzione del gesto
- Ambiente: Natura, boschi alberi ecc [non necessariamente]
- combinazioni di movimenti molto semplici e ridotte all'osso
Punto B*
- aumento della velocità di esecuzione del gesto
- aumento delle altezze fino ad arrivare a salti di fondo molto alti, maggior lavoro sulla paura
- Ambiente: Città Strada Urbano [non necessariamente]
- incremento del lavoro mentale e massima soglia di attenzione
Allo stesso modo nello schema che rappresenta il freerun il fattore comune tra A e B sarà sempre la bellezza e la spettacolarità del movimento. Vediamo cosa cambia:
Punto A:
- forte utilizzo della componente ambientale necessaria per l'esecuzione del movimento (il praticante resta in forte connubio con l'ambiente fisico circostante)
- elemento di corsa ancora presente
- Ambiente: Urbano, città, strada [non necessariamente]
Punto B:
- elemento di corsa ridotto fin quasi al suo annullamento
- interazione con l'ambiente estremamente ridotta (maggiore utilizzo di movimenti a corpo libero)
- inserimento di movimenti ginnici e acrobatici puri
- ricerca dell'adrenalina
- Ambiente: palestra, spiaggia, prato, strutture artificiali al chiuso [non necessariamente]
In questa piccola analisi ho volutamente omesso di scrivere alcune riflessioni importanti. Chi scrive vuole farlo cercando di capire la portata di un fenomeno. Non ho parlato dell'approccio alla preparazione, anche qui spesso differente, non ho parlato della competizione sportiva, delle motivazioni personali dei praticanti, dell'importanza di una pratica a mente aperta, della contaminazione con altre discipline, del lavoro mentale. Ho utilizzato il termine 'freerun' non nel suo significato storico, ma nel significato convenzionale utilizzato dai praticanti cercando di distinguere almeno due differenti punti di vista opposti. Per meglio comprendere le mie riflessioni vi lascio alcuni link a video per me significativi, anche questi andrebbero analizzati in maniera approfondita, vi propongo qui un ordine di lettura dei diversi contenuti multimediali.
La domanda che mi piacerebbe che tutti si ponessero è la seguente:
siamo sicuri che i video qui sotto raccontano la stessa disciplina?
Alessandro Pennella
articolo originale completo di corollario video fondamentale per la comprensione dello scritto: http://www.rhizai.it/articoli/i-confini-del-parkour
mercoledì 16 marzo 2011
Back to the Easy
lunedì 21 febbraio 2011
Craftsmanship - Maestria
Spesso mi fermo a riflettere su come in questi anni di pratica abbia fatto numerosi progressi e ancor più spesso noto, a volte con stupore, quanto veloci siano nell'apprendimento le nuove generazioni di traceurs. Oggi chi si approccia al Parkour e all'ADD può ritenersi fortunato rispetto a 7-8 anni fa quando il Parkour in Italia era ancora una disciplina relegata ad un numero minuscolo di persone e quando scrivendo "Parkour" su youtube l'unico video che compariva era un famoso spot pubblicitario con David Belle.
Oggigiorno le giovani leve hanno appunto una doppia fortuna:
un numero praticamente infinito di materiale a cui attingere;
persone più esperte che possono accompagnarle nel proprio percorso di crescita;
Questo in parte spiega il perché oggi un ragazzo che inizia a praticare Parkour in pochissimo tempo raggiungerà dei risultati che io ed altri miei coetanei abbiamo impiegato molto più tempo ad ottenere. Questa naturalmente è una questione molto sentita da chi come me è cresciuto avendo pochissimi esempi a cui fare riferimento e molte meno occasioni per incontrare e scambiare opinioni con altri praticanti più esperti. Rispetto alle possibilità che ci sono oggi.
A conclusione si potrebbe dire che i ragazzi oggi sono più fortunati?
Naturalmente non sono tutte rose e fiori, se è vero da una parte che oggi è estremamente facile avere stimoli nuovi è anche vero che in realtà questo processo di apprendimento veloce non è sempre il miglior modo per crescere, anzi, il cammino sulla strada della forza è un cammino lento e consapevole, non una corsa frenetica (approfondimento sul mio articolo). Se da un lato il materiale disponibile in rete è tantissimo, d'altra parte questo materiale è spesso purtroppo di pessima qualità educativa, sia perché trasmette un messaggio pedagogicamente sbagliato, sia perché chi si lascia trascinare da questo vortice di informazioni non ha il tempo sufficiente per apprendere e fare realmente proprio un movimento, un esercizio o un concetto.
Ci sono ragazzi giovanissimi che oggi eseguono tantissimi movimenti, spesso molto complessi, ma sostanzialmente sono tutti movimenti tecnici già visti, già fatti da altre persone. Molti praticanti di oggi si limitano al mero apprendimento per imitazione il che non è di per se sbagliato, ma lo diventa se a questa fase non segue una fase di riflessione e di auto-consapevolezza di ciò che si sta facendo:
“è realmente questo il movimento migliore per superare questo ostacolo? ”;
“Posso essere più veloce di così?" .
E' solo questa fase di riflessione che porta poi ad un cambiamento della nostra pratica e quindi all'adattamento della tecnica o addirittura alla creazione di un movimento nuovo. L'apprendimento per imitazione inoltre non tiene presente un concetto fondamentale per noi traceurs ovvero la variabile ambientale. Questa variabile condiziona tutto il nostro modo di praticare. Pensateci bene, se ci alleniamo solo in posti con ostacoli molto ravvicinati acquisiremo una buona fluidità ma magari non riusciremo ad essere veloci e resistenti per affrontare ostacoli molto distanti tra loro mantenendo la corsa e lo stesso vale per il contrario.
Allo stesso modo la tecnica da usare per effettuare un wall-run su un muro asciutto deve essere necessariamente diversa rispetto a quella che potremmo usare per quello stesso muro in condizione di bagnato pesante. Come vedete non è solo importante trovare la soluzione al problema "superare il muro", ma è altrettanto importante trovare il problema stesso: muro bagnato, muro più alto, muro con sopra un tubo, muro sconnesso ecc...) In questo processo usciamo dalla ripetizione meccanica della tecnica ed utilizziamo quel momento di riflessione di cui parlavo prima per poter cambiare la tecnica e risolvere il problema.
Se risolviamo un problema avremo una soluzione, se troviamo 100 problemi legati alla domanda "come supero il muro?" avremo 100 soluzioni; in questo modo otterremo la vera padronanza della tecnica che ci permetterà di praticare veramente noi stessi, di esprimerci in ciò che facciamo senza limitarci ad imitare un movimento che abbiamo visto eseguire da qualcun altro. Cercare i problemi e superarli ci da anche una dimensione più profonda di quello che facciamo: so quello che sto facendo.
Questo processo però richiede tanto tempo e molta attenzione per poter essere messo in pratica, ma ha un enorme vantaggio: non abbiamo più bisogno di fermarci a pensare se utilizzare una tecnica piuttosto che un'altra, perché disponiamo di un bagaglio di soluzioni che ormai abbiamo acquisito e rese nostre. Tutto ciò permette di comprendere quanto all'interno di un percorso di apprendimento sia molto più importante il processo che la rapidità.
Il ripetere allo sfinimento una tecnica è un ottimo modo per impararla, ma occorre fare attenzione affinché la ripetizione abbia un'utilità diversa che vada oltre il concetto dell'imparare un movimento. Ciascuno di noi ha esigenze diverse e dovrebbe porre attenzione nel cercare un proprio ritmo d'apprendimento piuttosto che forzarsi a seguire un ritmo imposto da ciò che vediamo fare ad altri; un ritmo che magari non riusciamo a seguire e che ci fa scontrare spesso con la frustrazione.
Possiamo riassumere questo processo con questo schema che ripetuto all'infinito diventa uno schema circolare:
Assimilazione tecnica → approfondimento, riflessione → Variazione/Creazione del movimento
oppure
Movimento → Creazione del problema → Nuovo Movimento
Le parole di Richard Sennett in merito a questo processo sono molto chiare:
"Questo particolare ritmo si articola in tre fasi:
fare una cosa, pensarci su e farne un’altra.
Il risultato è che possiamo sviluppare un numero
maggiore di tecniche per realizzare lo stesso compito,
fino a ottenere un intero repertorio di competenze.
Tale ritmo, che sta alla base dell’apprendimento di
qualsiasi tipo di competenza, implica lentezza"
Rendersi conto di questo concetto è fondamentale, perché questo porta ad acquisire la maestria su ciò che facciamo, solo in questo modo la disciplina diventa veramente nostra, solo attraverso questo lento processo possiamo considerarci liberi. L'agognata libertà che tutti noi vediamo nel Parkour non sta forse nell'usare il nostro bagaglio di competenze e di movimenti per muoverci a mente sgombra?
Quanti di voi pensano quale piede muovere per primo mentre state facendo una passeggiata ammirando un bel tramonto o la bellezza di un paesaggio? Il Parkour è proprio questo, essere liberi di godere del mondo a mente sgombra senza tenere la testa bassa e pensare razionalmente e ossessivamente a cosa stiamo facendo, ma per poter raggiungere questa padronanza c'è bisogno di tempo, pazienza e pratica.
Buon allenamento a tutti.
Alessandro 'Ax' Pennella
PS: questo articolo è da considerarsi come l'appendice del precedente - Fuori dalle Gabbie
fonti di ispirazione:
L'uomo Artigiano di Richard Sennett
Diluition di Chris 'Blane' Rowat
Passeggiata in riva al mare guardando le onde che giocano con la terra
Postato originariamente su rhizai.it
mercoledì 6 ottobre 2010
Pensare in lol :)
lunedì 9 agosto 2010
...quanto è buona la salsiccia
giovedì 17 giugno 2010
Trip to Calitri
venerdì 28 maggio 2010
Rhizai - Radici
"L'associazione sportiva Rhizai nasce nel 2009 con lo scopo di diffondere le discipline del Parkour, dell'ADD e del Metodo Naturale attraverso la valorizzazione e la tutela dell'integrità fisica e morale del praticante. La filosofia dell'associazione si fonda sulla convinzione che sia il praticante a fare la disciplina; egli è quindi l'unico in grado di rendere magnifico o orribile ciò che pratichiamo. L'impegno di Rhizai è pertanto incentrato nel trasmettere la priorità della sostanza nei confronti della forma attraverso la cultura della non competizione e dei valori propri delle discipline che amiamo".
Questa potrebbe essere una presentazione tradizionale, ma "rhizai" vuole rappresentarsi in modo diverso. Rhizai in greco antico significa "radici", ed in particolare per il filosofo Empedocle le radici sono i 4 elementi (TERRA, ACQUA, FUOCO, ARIA) che attraverso il loro congiungersi e separarsi creano e disgregano la materia. Al di là del concetto filosofico, vorremmo raccontarci attraverso un'immagine a noi cara, quella dell'albero nella sua interezza. Capire la funzione delle radici e di cosa esse rappresentino per un albero è in un certo senso un po' come capire la vision e il modus operandi dell'associazione. Equilibrio/Forza Le radici sono la parte terrena dell'albero (TERRA) mentre il tronco e la chioma rappresenta la parte aerea (ARIA). Le radici danno equilibrio e stabilità a tutto l'albero tenendolo saldamente ancorato al terreno. La forza delle radici permette alla terra di non franare, la rende compatta e stabile. Assimilazione/Crescita Grazie alle radici un albero può assimilare il suo nutrimento (ACQUA); Le radici assieme alle foglie attraverso il processo di fotosintesi (sole - FUOCO), permettono all'albero di nutrirsi, crescere, svilupparsi in altezza e produrre frutti. Duttilità/Adattamento In natura non sempre le condizioni ambientali sono ideali. Un albero tuttavia è in grado di sopravvivere e resistere alle avversità. Esso plasma la propria forma adattandosi all'ambiente. Un albero ad esempio adatta la propria crescita alla direzione in cui riesce a cogliere più luce, riesce a modellarsi in base al vento, sopravvive e si adatta ad erosioni e rotture dovute ad azioni chimiche o meccaniche. Protezione/Umiltà Un albero allevia il riposo del viaggiatore con la sua ombra, nutre donando i suoi frutti, sfama la sete di pace e bellezza con le sue forme e la sua tacita presenza, offre la sua vitale energia donandosi nel fuoco. Di un albero apprezziamo la sua forza la sua fermezza ed i suoi frutti, ciò che vediamo però è frutto della sua parte nascosta ovvero le radici che svolgono un ruolo fondamentale e lo fanno senza essere invadenti alla vista, è un prezioso lavoro "dietro le quinte" il loro.
Il praticante per “rhizai” è come un albero che per poter fiorire ha bisogno di cure, di attenzioni, senza però essere rinchiuso in una campana di vetro. Egli deve poter sbagliare, deve poter fare le proprie scelte; come un albero egli ha bisogno di crescere cercando il proprio spazio e seguendo la propria luce, e imparando a procurarsi autonomamente la sua linfa vitale. Il praticante ha bisogno di prendere coscienza di se, del proprio modo di essere per poter ristabilire un autentico contatto con il suo habitat attraverso la riscoperta delle proprie radici. E così come un albero infine deve poter fiorire e sbocciare in tutta la sua piena consapevolezza. |